SM

19 febbraio 2019.

Sto aspettando. Questa stanza è piccola, ma non troppo. Le pareti sono chiare e pulite e una tendina azzurra nasconde ciò che accade nella sala principale. Oltre quella sottile cortina, sento le infermiere che parlano tra di loro a bassa voce, scambiandosi informazioni. Avverto un lavorio continuo ma sommesso. Sono seduto sul letto, coi piedi penzoloni, e dietro di me c’è un macchinario di cui non comprendo appieno la funzione. Ho addosso un camice da ospedale, che non sono riuscito a indossare bene. Sto aspettando.

Sono qui da parecchie ore. Sono arrivato che non erano nemmeno le sette. Il driver mi ha lasciato davanti alle doppie porte, augurandomi che non fosse nulla di serio. Non c’era nessuno in Emergency Room, solo un’infermiera di cui già non ricordo più il viso. Mi ha chiamato per misurare pressione e battito, e chiedermi che fastidi avessi. Da lì, dopo qualche minuto, prima una visita generale con un giovane medico dalla carnagione chiara, magro e dall’espressione quasi spaventata, poi un prelievo. Poi diversi giri di neurologi.

L’operatore che mi prepara per l’MRI del midollo spinale ha un nome sudamericano, credo. Dopo il questionario, durante il quale avevo pure scherzato un poco, e i tappi alle orecchie, mi distendo. I suoni emessi dal macchinario sono a metà strada fra techno e film di fantascienza.

Entra una dottoressa, ha un aspetto dolce e dimesso, accenna un sorriso. Tiene in mano un foglio e una penna. Mi dice che hanno esaminato l’MRI del midollo spinale e hanno potuto osservare due lesioni. Capovolge il foglio che tiene in mano e con la penna comincia a tracciare qualcosa. Sembra il disegno di un tubo, due segmenti paralleli, in verticale. Aggiunge poi due forme più piccole, simili a fagioli, regolari, in due punti diversi del tubo. Le lesioni. C2-C5 e T10-12.

Questa storia inizia in Canada, a Toronto, in una settimana parecchio fredda, e continua a Catania. Sono passati più di due mesi. E ancora è una storia tutta da scrivere.


Photo by Mikito Tateisi on Unsplash